We Have a Dream

Già, le scuole: un sistema ormai sfaldato basato sulla competitività inutile ed effimera, un gigante dai piedi di argilla in cui gli alunni si distinguono in primi della classe, secondi e così via fino ad essere l’ultimo in questa tragica classifica. Non è più un luogo di apprendimento della cultura delle diversità, ma solo un sistema come un altro per somministrare pillole di informazioni. Ed allora in una società “tronista” non possiamo meravigliarci dello sbigottimento con cui un bambino normo-dotato fissa un suo coetaneo disabile, uno sguardo smarrito ed al tempo stesso incuriosito. Sguardo che fa un male cane, ed allora non basta sognare fortemente: già, sognare, non una spiaggia deserta, non un mare caraibico, non la macchina nuova, ma che Lei parli, non un discorso forbito da prima della classe, ma una sola parolina in più. Mano a mano che il tempo passa il sogno, anche quello, si sfalda, ma non puoi mollare anche se quella sarebbe l’unica via, almeno la solo percepibile. Il cervello è perforato come in uno stillicidio da un solo pensiero: il dopo di noi.

Ed allora la ricerca di un mondo che come l’isola non c’è, di un mondo a dimensione di bambino HANDICAPPATO, di un bambino che non deve preoccuparsi di abbattere le barriere architettoniche, semplicemente perchè le barriere non sono state costruite. E tra le barriere non vi è neppure quella più alta: quella dell’indifferenza, o peggio ancora, dell’imperturbabilità. Imperturbabili non si può rimanere se si vede un marciapiede occupato da ogni forma di veicolo a 2, 4 o più ruote, imperturbabili non si può rimanere se la scuola pubblica abdica al proprio ruolo di costruzione delle coscienze dei nostri figli, imperturbabili non si può rimanere di fronte agli sguardi smarriti dei bambini normodotati che non sanno perchè Lei non parli, che non si spiegano perchè Lei non giochi, del perchè Lei abbia un mondo diverso dal loro che le impedisce di partecipare alle loro feste. I genitori lo sanno, i genitori lo sentono, i genitori lo vivono, ed intanto invecchiano con il loro carico di domande a cui non vi è una risposta, a cui non vi è il tempo di rispondere impegnati a sollevare i figli HANDICAPPATI da qualsiasi forma di fardello, anche quello che saprebbero risolvere da soli. Un mondo fatto di inclusione, di welfare sociale e partecipativo, di reti di strutture impegnate in una gara di solidarietà, un mondo fatto di risposte e non di domande, un mondo a colori per tutti. Perchè, vedete, questi bimbi hanno bisogno di tante cure e di tante attenzioni, ma troppo sanno dare. Sanno dare calore ed amore senza chiedere nulla in cambio, se ne fregano del giochino e delle ultime figurine sponsorizzate da una scatola nera che loro farebbero volentieri cadere solo per sentire il rumore che provoca. Perchè loro sanno guardare con i nostri occhi e dentro i nostri occhi, arrivando ai nostri cuori attraverso abbracci lunghi e forti come le nostre paure che si sciolgono in quel momento per poi ricomporsi un una morsa molecolare.

Ed allora è tempo di costruire il mondo che non c’è, o almeno di provarci.

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