Sociologia della Normalità

Una visione psicologica e sociologica dell’argomento è necessaria per inquadrare il problema per poi scendere nel concreto del counseling e della pedagogia. Le visioni teoriche in questi ambiti sono lo sfondo che tiene in piedi un lavoro fattuale e concreto, che poi comunque tradisce le rigide appartenenze e contamina gli indirizzi: l’approccio alla disabilità e all’handicap non può che essere multidimensionale e transteorico, libero di appropriarsi di discorsi antropologici e medici, sociologici e psicologici. I tre argomenti affrontati da Il Cielo di Sara

Una lettura psicologica della disabilità / una lettura sociologica della disabilità

Le tipologie e la disabilità

Il counseling della disabilità

Affinchè si possa discutere delle condizioni dell’integrazione sociale dei disabili occorre fare riferimento preliminarmente alle modalità delle dinamiche socio-psicologiche, in quanto costituiscono il presupposto del comportamento sociale e individuale e delle scelte politiche.

Il disabile, come ogni altra figura di “diverso”, è oggetto di opinioni, di comunicazioni, di conoscenze scientifiche, di “reazioni sociali” che ne definiscono l’identità, il ruolo e il destino.

Al sistema delle comunicazioni pubbliche appartengono invece quelle opinioni che derivano dalle disposizioni legislative, organizzative e burocratiche che investono la società nel suo complesso, influendo anche la sfera privata.

Esiste poi, da un punto di vista psico-sociale, una opinione pubblica (teoricamente corretta), la  quale dovrebbe crearsi non per la giustapposizione fra opinioni private e comunicazioni autorizzate, bensì con la mediazione di un terzo campo, quello della “pubblicità critica” come partecipazione di tutti al processo di formazione della coscienza collettiva e in quanto tale sociologicamente rilevante e pluralistica (Habermas 1977).

In termini cronologici uno dei primi problemi affrontati è stato quello della riabilitazione, intesa in senso terapeutico.

In seguito, sempre più spesso, si sono considerati connessi agli aspetti tecnici della riabilitazione, i problemi delle motivazioni e della autopercezione, quali condizioni per il successo o l’insuccesso della terapia.

Gli sviluppi di questo primitivo tema di analisi hanno condotto, per successive approssimazioni, a considerare gli effetti dell’handicap in termini psico-dinamici.

Un atteggiamento diverso è costituito dalla negazione della malattia, che può essere esplicita (rifiuto) o mascherata, spostando l’attenzione sugli effetti minori della disabilità o attribuendolo a cause benigne e temporalmente superate.

 

Lo studio del rapporto fra genitori e disabile è senz’altro fra i più trattati anche se spesso non è facile distinguere gli aspetti psicologici da quelli pedagogici. In generale si rilevano i traumi, a livello individuale e sociale, derivanti dalla nascita di un figlio invalido, e atteggiamenti di iperprotezione e di indulgenza, nocivi ai fini dello sviluppo della personalità, alternati a fasi di severità o di rifiuto.

In un contesto psicologico vanno considerati gli atteggiamenti dei genitori che di fatto non accettano il bambino ma che tuttavia affronta ogni sacrificio; per reiezione palese o manifesta si definisce invece un comportamento di aperta ostilità e negligenza. Le controreazioni del bambino si configurerebbero con diverse modalità di adattamento: vi può essere anzitutto un comportamento compensativo per cui il soggetto accetta la propria minorazione e si concentra sulle possibilità residue; anche in questo caso però si verificano atteggiamenti non adeguati come la dissimulazione (accentuazione di aspetti di superiorità non reali), 1’attribuzione agli altri della causa dei propri insuccessi, fenomeni di finzione e di fuga, sfruttamento dell’ inferiorità per attirare simpatie e benevolenza.

Vi è poi una reazione di rifiuto per cui il soggetto non ammette che l’handicap comporti limitazioni e si proietta in situazioni competitive che non può affrontare.

Il terzo tipo di atteggiamento è difensivo: in questo caso il disabile si protegge rifiutando il confronto oppure incolpando le altre persone delle proprie difficoltà e insuccessi. Analogo è il ripiegamento su se stessi come fuga dalla realtà e dai contatti sociali preferendo attività e modalità di vita che non comportino relazioni, percepite come fonte di frustrazione.

Si può infine tenere presente un gruppo di forme reattive che non configurano nessun adattamento del soggetto; in questo caso emerge la incapacità di affrontare i problemi dell’esistenza tenendo conto dell’handicap che viene quindi negato.

Anche se non è facile tradurre in termini conclusivi le dinamiche che abbiamo delineato (la prospettiva psicoanalitica comporterebbe ben altri approfondimenti), sulla scorta della bibliografia maggiore si possono trarre le seguenti considerazioni:

i genitori percepiscono la presenza del figlio disabile come “una colpa”;

si crea una situazione conflittuale, per lo più inconscia, che determina l’ambivalenza del rapporto e l’instabilità affettiva (con probabili rafforzamenti del complesso edipico);

l’esperienza vissuta come minaccia o vergogna personale;

si instaura una situazione complessivamente sado-masochista che sfocia nella richiesta nevrotizzata d’interventi assistenziali e specialistici

 

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