Se solo…

In Italia, le persone affette da disabilità sono circa 4,5 milioni secondo le statistiche dell’Istat. Eppure, per le strade delle nostre città, capita rare volte di incontrare bambini, ragazzi o adulti portatori di handicap. È la stessa famiglia, il più delle volte, a vergognarsi di tale problematica e a tenere in casa i figli, non permettendo loro di entrare a far parte di una comunità, né di interagire con gli altri.

Lo Stato, a questo punto, dovrebbe intervenire, facendo da sostegno alle famiglie, in modo tale che esse siano spinte e siano incitate a favorire l’integrazione dei propri ragazzi. I grandi della nostra tradizione letteraria latina e greca, Seneca e Platone, ad esempio, avevano una concezione collettivistica dello Stato: ognuno, cioè, doveva provvedere, secondo le proprie attitudini, al bene comune, tutti dovevano sentirsi “cittadini”, dando il proprio contributo alla società, perché <<Giovare è sempre possibile!>> (Seneca, De brevitate vitae).

Chiunque si sentirebbe gratificato nel sentirsi parte integrante di una comunità, sarebbe felice di svolgere un compito tutto suo e, soprattutto, sarebbe emozionato alla notizia che il suo lavoro, magari, abbia potuto agevolare la vita altrui.

Se solo lo Stato prendesse come esempi tali modelli, non esiterebbe ad attuare un vasto piano di integrazione sociale, mettendo a disposizione di tali ragazzi strutture ed edifici innanzitutto attrezzati per ospitarli, nei quali, prerogative fondamentali risulterebbero la socializzazione e l’aiuto che queste persone potrebbero fornirsi scambievolmente. Dunque, in ogni città dovrebbe esistere un centro in cui i ragazzi con disabilità possano essere aiutati, tramite cure e terapie, e un altro in cui gli stessi possano svagarsi, svolgendo anche lavori di utilità sociale, stando a contatto con la gente. Questo è l’obiettivo più importante e, di contro, anche il più difficile da perseguire: far in modo che questi ragazzi non vivano nella famigerata campana di vetro, isolati dal mondo, ma che si sentano parte integrante e insostituibile del mondo stesso. È fondamentale che questi centri non siano frequentati solo ed unicamente da persone affette da disabilità, ma anche dagli individui, per così dire, “normodotati”, di ogni fascia d’età, affinchè tutti conoscano e prendano coscienza di tali problematiche e imparino a non considerarle tali, ma abbiano il coraggio di stabilire con questi ragazzi un clima di normalità, che è ciò di cui questi ragazzi hanno bisogno.

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