Diverso da chi?

Se la nostra società si ostina a considerare la condizione del disabile in un contesto sociologico studiandone la sua “immagine sociale” e i significati culturali, morali, scientifici ed economici che si attribuiscono alla sua figura, allora tutti noi saremo destinati ad esaltare  i processi di stereotipizzazione  del problema.

In questa ultima prospettiva della devianza (pur tenendo conto della sua specificità), si intende  l’handicap come causa di comportamenti e di situazioni di “diversità”, secondo la polarizzazione normale-patologico.

Il disabile per le sue differenze psico-somatiche, organiche e funzionali, estetiche e comportamentali suscita reazioni emotive verso talvolta contro la propria persona, che traggono origine da meccanismi di difesa o da difficoltà di identificazione. Ciò provoca abbastanza spesso, dinamiche di rifiuto o comunque di transfert distorto, che vengono evase o compensate con la formazione e l’adozione di immagini collettive.

Si tratta del pregiudizio o “pensiero prevenuto” che si istituisce sia su una errata applicazione logica

del pensiero, sia su dati emotivi. Per gli aspetti formali, il pregiudizio costituisce una errata operazione induttiva o deduttiva (una caratteristica personale caratterizza la intera personalità; la definizione di una persona come appartenente ad una situazione o a un gruppo induce la “previsione” di tutti i suoi tratti comportamentali e sociali), per gli aspetti affettivi è sostanzialmente un meccanismo di difesa rispetto all’ “estraneo” o all’ “alieno”.

Tutto ciò risponde al bisogno limitante e limitativo dell’individuo che nella sua esperienza quotidiana ha necessità di affrontare una complessità di fatti e di situazioni, che finirebbero per disorganizzare il comportamento se non venissero in qualche modo generalizzati come conoscenza comune, per l’esigenza di evitare di ridefinire ogni volta le diverse situazioni e di standardizzare le scelte comportamentali. In questo senso le convenzioni sociali ed i comportamenti tipizzati sono funzionali alla semplificazione dei rapporti . La categorizzazione sociale sembra funzionare come strumento di sistematizzazione dei fenomeni, consentendo al soggetto di adattarsi alla molteplicità delle percezioni e di legittimare un comportamento uniforme e ripetitivo, contro la problematicità e le ipotesi di trasformazione degli atteggiamenti nel contesto sociale.

L’espressione più definita della categorizzazione, intesa come formazione di classi di oggetti con connessioni ideali, cognitive, emozionali e comportamentali, è costituita dall’atteggiamento.

Il concetto di atteggiamento si caratterizza come un sistema stabile, con componenti conoscitive, affettive e di tendenza all’azione, che possono essere di valenza negativa o positiva con un grado maggiore o minore di correlazione.

In m o d o specifico l’handicap viene considerato come un fattore di incapacità che impedisce l’assunzione di responsabilità e c o m p o r t a un ruolo di dipendenza. I1 ruolo del malato è caratterizzato dall’obbligo di guarigione, di remissività e di cooperazione terapeutica. Si tratta in definitiva degli stessi comportamenti che si richiedono, in termini repressivi, a tutti i soggetti “devianti”.

Fra le diverse teorie della normalità si può fare riferimento a quella della personalità modale (Hofstadtter 1970), cioè a quell’insieme di comportamenti “adeguati” che sono comuni in una determinata comunità; la normalità si stabilirebbe in base a tre parametri:

funzionale, ideale,statistico.

La normalità funzionale è quella che definisce l’uomo efficiente, fisicamente e psichicamente integro, per il conseguimento dei fini sociali; quella ideale c o n c e r n e l’accettazione dei valori culturali e morali; quella statistica indica la frequenza accettata dell’aspetto e dei comportamenti.

Si tratta di criteri che hanno qualche validità sistematica ma ben poche verifiche scientifiche, come

è dimostrato dal fatto che nel medesimo ambito culturale possono verificarsi tipi di “anormalità” fra di loro contraddittorie, a seconda del momento storico, dell’ambiente e del ruolo.

Nonostante gli innegabili progressi che la scienza medica, la sociologia, la psicologia hanno portato nel trattamento e nella rivalutazione del disabile, gli interventi restano ancora scollegati dalle ragioni strutturali che causano l’handicap ed emarginano il disabile, il quale resta comunque posto in un ruolo passivo e di eterogestione.

Il dato psico-sociale complessivo è costituito dalla discrepanza cognitiva fra l’uomo che soffre e l’umanità sofferente. I1 primo è sostanzialmente disprezzato, la seconda invece costituisce l’obiettivo di tutti i progetti culturali e politici ispirati dall’egualitarismo. Il singolo individuo atipico non viene assunto dalle teorie generali della solidarietà, ma resta una soggettività irriducibile e isolata.

Da ciò consegue anche il fallimento tecnico della riabilitazione.

In senso giuridico per riabilitazione si intende la reintegrazione dei diritti civili tolti per effetto di una condanna; il termine è stato poi esteso per significare il recupero ed il reinserimento o la rieducazione dei soggetti disabili o disadattati. Questo concetto comporta un giudizio preventivo di esclusione e una visione eminentemente tecnica del problema che ha comportato eccessi razionalistici e definizioni pregiudiziali che deformano la attività riabilitativa: classificazione dei soggetti in recuperabili ed irrecuperabili, scolarizzabili e non scolarizzabili; la categorizzazione a seconda del tipo di handicap (ciechi, invalidi fisici, subnormali, ecc.), della “causa storica” della disabilità (guerra, lavoro, servizio, ecc.), o della situazione sociale che ha determinato o in cui si è verificata la condizione di bisogno (orfani, nati fuori del matrimonio, anziani, delinquenti minorili, malati mentali, “ribelli”).

Il fondamento empirico di queste distinzioni sarebbe simile a quello che data una certa malattia occorra una corrispondente terapia.

Per i disabili si può senz’altro definire lo svolgimento della riabilitazione: recupero fisico e funzionale, istruzione e lotta contro il ritardo scolastico, orientamento e qualificazione professionale,

collocamento al lavoro. Ma occorre fare bene attenzione che la realizzazione di queste condizioni di integrazione sociale non divengano, come accade, una astratta mistificazione o il fine, perché se gli interventi comportano l’allontanamento troppo prolungato dalla famiglia, la solitudine, la iperprotezione e la segregazione, al temine del processo riabilitativo avremo un disabile-disadattato o impreparato ai rapporti sociali, con gravi difficoltà nelle relazioni interpersonali e affettive, un soggetto, insomma che finirà sempre per identificarsi col suo handicap e fare appello alla benevolenza

e alla protezione pubblica e privata.

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