Avere un Bambino

Quel giorno che ti senti strana, in cuor tuo già sai cos’è. Incinta. I pensieri corrono, non riesci a bloccarli. Maschio? Femmina? Quanti pensieri, quante aspettative, quanti sogni. I sogni di ogni genitore. I sogni che, talvolta, il destino ci distrugge. Il mio bambino non è perfetto, non parla. Non socializza. È autistico. Una lettera scarlatta che finché vivi non ti togli più dalla pelle del torace. Lì, a significare che tutto quello che avevi tanto desiderato per lui, per te, non accadrà mai. È stato terribile, io e lui seduti di fronte al medico che con una tranquillità disarmante mi disse che avrei avuto davanti a me una vita difficile, strana ed in salita. Stavo lì a fissarlo, con le lacrime che scendevano, quel bambino bellissimo, che se ne stava da solo in un angolo della stanza, in un suo mondo impenetrabile, di cui avrei potuto far parte solo per i bisogni primari. Indifeso, incapace di comunicare. Muto senza esserlo. Asociale senza volerlo. Schivo senza saperlo. Solo proprio come la sua mamma. E in quell’universo di silenzi ho capito che la mia vita d’ora in poi sarebbe stata solo piena di urla. Urla per difenderlo, si io sono stata e sarò una pantera, non me lo possono toccare, perché mio figlio non avrebbe mai avuto una madre che si arrendeva né di fronte alle diagnosi irrevocabili né di fronte al suo esilio dalla vita. Lui avrebbe dovuto avere una vita normale, fatta di gioia, di sole, di luce e di sorrisi. Ed ho lottato. Ed ho vinto. Ed abbiamo vinto. Il mio bambino era ed è un bambino. Intoccabile, bellissimo, speciale.

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